Formarsi per formare:non è una cosa semplice!

FARE L'insegnante n.3/2017

Rivista mensile di Formazione e Aggiornamento professionale e culturale per i docenti delle scuole di ogni ordine e grado

Editoriale  di Ivana Summa e Luciano Lelli

Formarsi per formare:non è una cosa semplice!

In questi due primi mesi dell’anno scolastico in corso è partita la formazione in servizio dei docenti e, in particolare, quella gestita dalle reti di scuole su finanziamento diretto del MIUR. Corsisti, tutor ed esperti sono entrati in un turbine formativo che prevede lezioni in aula, lavori di gruppo anche on line, studio personale su contributi predisposti ad hoc, produzione di materiali, ecc. Tutta questa formazione è stata realizzata in tempi strettissimi e in concomitanza con altri incontri che, a livello di singolo istituto scolastico, permettono l’avvio delle lezioni e la programmazione delle attività dell’intero anno scolastico. C’è molta confusione in giro anche perché i docenti non hanno ancora compreso (ma la responsabilità non è loro!) se la formazione è obbligatoria o no. Inoltre, i dirigenti scolastici che presiedono le reti per la formazione debbono fare questo lavoro in aggiunta al loro vero lavoro e, quasi sempre senza avere una formazione specifica in tema di formazione. È facile osservare, infatti, come le azioni formative realizzate in rete siano utili - quasi in modo esclusivo - ai docenti che frequentano le attività e che, di solito, sono coloro che da sempre curano la propria formazione perché credono nella propria professione.

Insomma, non è proprio una bella partenza! Forse, per fare un po’ di chiarezza, può risultare utile sintetizzare alcuni passaggi chiave, in grado di farci capire a che punto siamo e dove possiamo arrivare. Ormai sono passati più di due anni dalla pubblicazione in G.U. della Legge 13 luglio 2015, n. 107 che al comma n. 124 recita: “Nell’ambito degli adempimenti connessi alla funzione docente, la formazione in servizio dei docenti di ruolo è obbligatoria, permanente e strutturale. Le attività di formazione sono definite dalle singole istituzioni scolastiche in coerenza con il piano triennale dell’offerta formativa e con i risultati emersi dai piani di miglioramento delle istituzioni scolastiche previsti dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 marzo 2013, n. 80, sulla base delle priorità nazionali indicate nel Piano Nazionale di formazione...”. Si può individuare, in tal modo, il filo rosso che attraversa PTOF, RAV e PdM, fa emergere la centralità delle scelte formative che poi vengono coniugate:

·     a livello di Ambito/Rete che è il soggetto istituzionale che gestisce le attività formative per conto del MIUR;

·      a livello di scuola, che si focalizza su azioni formative che sono scelte sulla base del “fabbisogno formativo della singola scuola”;

·      a livello individuale, in quanto la Carta elettronica per l’aggiornamento e la formazione del valore di 500 euro è istituita “al fine di sostenere la formazione continua dei docenti e di valorizzarne le competenze professionali” (c. 121, art.1, L. 107/2015).

 

Ma la centralità della formazione del personale docente scorre lungo tutta la legge di riforma citata perché i docenti sono i veri artefici delle innovazioni normativamente previste. In particolare sottolineiamo il dispositivo - contenuto nei commi dal 126 al 130 - che istituisce un apposito fondo per attribuire una somma, definita bonus, destinata a valorizzare il merito che - tra gli altri criteri - individua anche“le responsabilità assunte nella formazione del personale”.

Il Piano Nazionale di Formazione, pubblicato il 3 ottobre 2016, rappresenta, con le sue 88 pagine, il manifesto politico della L. 107/2015 perché individua con chiarezza la funzione della formazione del personale in servizio di ruolo, che rappresenta un vero e proprio investimento di lungo respiro per dare al sistema paese una scuola di qualità. Infatti, il Piano Nazionale per il triennio 2017-2019 così recita:«La formazione in servizio diventa “ambiente di apprendimento continuo” cioè un sistema di opportunità di crescita e di sviluppo professionale per l’intera comunità scolastica. La crescita professionale del personale, la partecipazione attiva al dibattito culturale e il contributo concreto all’innovazione e alla qualificazione del sistema educativo e quindi del sistema Paese, rappresentano altrettante condizioni per restituire una rinnovata credibilità sociale a chi opera nel mondo della scuola». In definitiva, la formazione in servizio rappresenta lo strumento privilegiato per attuare le profonde innovazioni previste dalla legge di riforma. Dobbiamo ricordare, infatti, che l’obbligatorietà dell’aggiornamento/formazione fu istituita, per la prima volta, proprio in occasione di quella che potremmo definire la prima vera e propria legge che, in un certo senso, istituisce “ex novo” il sistema scolastico italiano dopo la seconda guerra mondiale. La rivoluzione culturale della fine degli anni ‘60 e degli anni ‘70, fondata sulla partecipazione dei cittadini, entra così anche nelle scuole con l’istituzione degli organi collegiali che, come il Consiglio d’istituto, prevede una vera e propria rappresentanza politica. E sono proprio i decreti delegati del 1974 a descrivere, per la prima volta (D.P.R. n. 417/1974), la “funzione docente” e, in questo ambito, si prevede che i docenti debbano curare “il proprio aggiornamento culturale e professionale, anche nel quadro delle iniziative promosse dai competenti organi”.

Ma è l’art. 7 del D.P.R. n. 419/1974 a rappresentare una vera e propria “rivoluzione culturale” in quanto si afferma quanto segue:“L’aggiornamento è un diritto-dovere fondamentale del personale ispettivo, direttivo e docente. Esso è inteso come adeguamento delle conoscenze allo sviluppo delle scienze per singole discipline e nelle connessioni interdisciplinari; come approfondimento della preparazione didattica; come partecipazione alla ricerca e alla innovazione didattico-pedagogica... I circoli didattici e gli istituti... favoriscono con l’organizzazione di idonee attrezzature e di servizi l’autoaggiornamento e l’aggiornamento, anche in relazione alle esigenze risultanti dalla valutazione dell’andamento didattico del circolo o dell’istituto e di eventuali iniziative di sperimentazione”.

Dopo quasi venticinque anni, con il C.C.N.L. del 1998, cade l’obbligatorietà dell’aggiornamento che viene derubricato a semplice diritto-dovere e, gradualmente, è uscito dall’orizzonte professionale di molti docenti. Il resto è storia dei nostri giorni. Oggi, ritornare all’obbligo di formazione istituito per legge, è un’impresa ardua e questo per due ordini di motivi.

Il primo, sicuramente, è da ascrivere all’atteggiamento delle organizzazioni sindacali che è sempre stato - e continua ad essere - fortemente oppositivo alla reintroduzione della formazione obbligatoria, anche se ciò è ormai acquisito nella pubblica amministrazione per tutti i lavori di natura professionale e non solo.

Il secondo ordine di motivi è di natura culturale e, forse, è più grave perché molti insegnanti oggi in servizio - molti dei quali hanno curato e continuano a curare la propria professionalità partecipando, anche a proprie spese, a diverse attività formative: master, seminari, corsi di formazione anche on-line, ecc. - hanno conosciuto la scuola di questi ultimi due decenni e, dunque, non avendo vissuto la stagione precedente, faticano a comprendere pienamente il perché di un obbligo. Gli altri, tutti quelli che, entrati in ruolo, hanno trascurato la propria formazione continua, stanno ancora alla finestra per vedere che cosa succede davvero nella fase realizzativa. E allora, a questo punto, è legittimo pensare: chissà, forse non se ne farà nulla; magari se cambia governo si ritorna ai vecchi tempi... aumentano le ore di lavoro e lo stipendio è sempre il medesimo... in fondo c’è la libertà di insegnamento... .

Questo breve e incompleto excursus storico può essere utile a docenti e dirigenti per comprendere che l’aggiornamento - fatto di formazione, ricerca, sperimentazione, documentazione, diffusione di nuove pratiche didattiche - non può essere improvvisato né essere etero diretto dalle disposizioni ministeriali. La vera sfida, poi, si giocherà, dopo la revisione del PTOF entro la fine di ottobre, a livello di singolo istituto scolastico che dovrà accogliere la sfida del miglioramento proprio puntando sulla formazione in servizio pianificata come struttura di sviluppo professionale. Infatti, ogni scuola, per essere “ambiente di apprendimento” dovrà:

·      diventare una “comunità di pratiche”, che si costituisce quando i docenti condividono pratiche, problemi, saperi, linguaggi, obiettivi...nella quotidianità e non solo nelle delibere collegiali;

·      favorire l’“apprendimento organizzativo”, che si manifesta quando un’organizzazione è capace di creare, acquisire e trasferire nuove conoscenze a tutti i livelli organizzativi e di modificare il proprio comportamento riflettendo sulle nuove idee e conoscenze acquisite.

·      trasformarsi in un “contesto di lavoro per-formativo” in quanto funziona come luoghi di apprendimento, di crescita, di valorizzazione, di professionalità.

Novembre 2018

Novembre 2018

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