La scuola è cambiata? No, Sì, dipende...

FARE L'INSEGNANTE N. 4/2020

Editoriale di Ivana Summa - La scuola è cambiata? No, Sì, dipende...

In una delle sue numerose comunicazioni il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha pronunciato il seguente appello: “Oggi, di fronte alla sfida del Coronaviru, si impongono tre parole d’ordine: cooperare, cooperare, cooperare”. La complessità di questo fenomeno - antico ancor più della peste di manzoniana memoria ma modernissimo per l’irruenza con cui si è manifestato - impone di focalizzare la nostra attenzione sugli aspetti positivi e produttivi della reciprocitàsui quali si fondano tutte le società, antiche e moderne, piccole e grandi, locali e globali. La reciprocità se si concretizza come aiuto, supporto, intesa, fiducia, coordinazione, condivisione, collaborazione, può essere riassunta con una parola: cooperazione. Ma l’interazione sociale, con cui si manifesta concretamente la reciprocità, presenta anche aspetti con risvolti negativi e che possiamo sintetizzare con il termine competizione.

Massimizzare la cooperazione comporta l’integrazione, mentre se si spinge all’estremo, la competizione diventa aggressiva, provocando scontro, contesa, conflittualità, dis-integrazione.

Ma sappiamo che il valore predominante nella società del XXI secolo è proprio la competizione che, peraltro, ha come conclamato obiettivo il successo individuale, mentre la cooperazione punta al successo collettivo. E la differenza non è da poco, sia che la si voglia applicare alle diverse manifestazioni della dinamica sociale, sia che la prendiamo in considerazione nelle dinamiche del contesto professionale delle nostre scuole.

Le numerose esortazioni che ci sono state rivolte in questi giorni dalle istituzioni governative e sanitarie vanno proprio nella direzione di coordinare i comportamenti dei singoli individui e delle singole istituzioni, di collaborare, di aiutare gli altri per aiutare se stessi, di avere fiducia reciproca. E tutto ciò dentro un’idea di integrazione di tutti gli sforzi per perseguire lo stesso obiettivo.

Mentre scriviamo queste parole in una casa che si è trasformata in scuola, mentre fino a ieri era la scuola la nostra casa, stiamo tutti pensando al dopo, a come faremo scuola, a come sapremo far tesoro delle esperienze di didattica realizzate al di fuori dell’edificio scolastico, se e come siamo diventati - almeno temporaneamente - delle vere “comunità professionali”,accomunate dalle medesime motivazioni e dall’adozione di pratiche che hanno spesso richiesto l’aiuto reciproco.

A scuola, integrazione vuol dire integrare i curricoli disciplinari con il curricolo di scuola, il curricolo di scuola con l’alternanza con i luoghi di lavoro, il curricolo di scuola con i progetti di vario tipo, gli insegnanti neoassunti con la comunità scolastica già costituita, e via dicendo. Ma questa idea di integrazione non si spinge mai fino a permeare la ragione sociale stessa della scuola ed anzi, nel migliore dei casi, resta pur sempre un obiettivo da raggiungere attraverso la collegialità dei docenti, la collaborazione con le famiglie, la cooperazione tra tutte le componenti della scuola, la comunicazione a 360 gradi. Obiettivo che si presenta come una sfida mai vinta in modo definitivo dal dirigente scolastico perché la volontà di co-operare, ovvero di scendere in campo per fare delle cose in modo integrato, e non semplicemente dichiarato.

Ebbene, pensiamo che in questa “primavera digitale”la scuola abbia realizzato esperienze di cambiamento traumatiche per la rapidità con cui sono state messe in campo - di diverso tipo e natura - e che sono state caratterizzate dallo spontaneismo, dalla voglia di esserci come docente e come scuola, dall’utilizzo (spesso inconsapevole e incompetente) di dispositivi (registri elettronici, piattaforme, applicazioni, smartphone, personal computer, ecc.), dal doveroso coordinamento dei dirigenti scolastici in affanno. Affanno provocato sia dalla necessità di arginare l’irruenza di taluni insegnanti e contrastare la passività o indisponibilità di altri che dalla difficoltà interprativa di note e disposizioni ministeriali che, nel tentativo di coordinare e integrare dall’alto, in qualche caso hanno provocato resistenze, perfino di natura sindacale.

Oggi- avviandosi verso la chiusura dell’anno scolastico corrente e l’avvio nebuloso del prossimo - la scuola è chiamata ad assumersi anche la responsabilità di pensare in modo riflessivo alle esperienze realizzate e vissute appassionatamente perché, in questi mesi, l’agire ha preceduto il pensare, e non viceversa, come sempre è stato in passato. Infatti, a pensarci bene, in tutti i documenti della scuola che parlano di didattica è facile individuare il formidabile iato tra il “dichiarato”frutto del pensiero progettuale collegiale e l’“agito”che è frutto della volontà individuale, tra ciò che si è pensato di fare e si vorrebbe fare e ciò che effettivamente si è realizzato. Ma, si sa, la cooperazione dei docenti, sotto l’egida del progetto della scuola, è sempre stata distrattamente condivisa e poco agita, mentre, sotto lo choc pandemico, è sta molto agita e frettolosamente pensata.

Ciascuna delle nostre scuole ha una sua storia, che molto dipende dalla capacità che ha acquisito nel tempo di cooperare dentro una visione e un progetto comune in grado di integrare i comportamenti dei singoli e di organizzare i processi di insegnamento e di apprendimento. E questo significa che si è andata formando una cultura professionale- fatta di rappresentazioni, valori, scelte - sulla quale oggi si è chiamati a riflettere, a partire dalle esperienze cognitive ed emotive realizzate in questi mesi.

E, come si sa, le“culture”sono sempre il risultato di una storia, e cioè di una esperienza che ha una sua consistenza temporale che ha reso le azioni vere e proprie routines, praticate e raccontate perfino nelle norme. La presenza di una cultura di scuola generale e specifica fa sì che alcune persone ed istituzioni tendono a diventare “resilienti”; atteggiamenti che possono essere positivi ma anche negativi se impediscono il cambiamento strutturale. Il gioco dell’integrazione è bello se dura poco, in caso contrario insidia la comfort zone,ovvero quello spazio mentale in cui ciascuno può sperimentare bassi livelli di ansia e di stress, in cui ogni insegnante può ritagliarsi la propria nicchia professionale.

Naturalmente, far crescere cooperazione e l’integrazione professionale non è una responsabilità esclusivamenteistituzionale (il ministero dell’istruzione) e manageriale (del dirigente scolastico). è una responsabilità della comunità di ogni scuola che può e deve imparare dalle proprie “buone pratiche”,elaborando uno storytelling strategico, ovvero finalizzato ad elaborare una cultura professionale proattiva, orientata al futuro.

ècon questo “spirito di riflessione” che invitiamo a leggere i contributi riportati in questo numero della rivista. Accanto ad alcuni saggi che rispondono agli stimoli dell’attualità, ne troviamo altri che volutamente rappresentano la continuità di un discorso culturale e professionale.

Tra i primi vogliamo segnalare il contributo di Gabriele Benassi che così riflette: <La didattica non è innovativa semplicemente perché si appoggia a strumenti tecnologici e alla rete, è innovativa in base alle metodologie, alla capacità di includere, di stimolare, di motivare, di fare apprendere. Anche la DAD, dunque, può essere tremendamente tradizionale, nell’accezione più negativa del termine; e comunque, in condizioni normali, non sarebbe la prima scelta educativa. Meglio considerarla, come è, una didattica dell’emergenza, come una soluzione intelligente e temporanea ad una criticità>.

Carmelina Maurizioci ha fornito due importanti contributi, uno riguardante la valutazione digitale, l’altro le competenze digitali dei docenti e dei dirigenti; e non sono questioni da trascurare. Sul piano metodologico, poiché indica la strada per innovare la didattica in tempi di “normalità”scolastica, segnaliamo il contributo di Selvaggia Pezone, che ci illustra un approccio metodologico capace di coniugare la tecnologia informatica con la creatività. Il progetto che viene riportato rappresenta, infatti, l’elaborazione e l’applicazione di una prospettiva didattica finalizzata a valorizzare le risorse di ciascun alunno e lo sviluppo delle sue potenzialità. In particolare, stimola un processo mentale che consente di risolvere problemi di varia natura, seguendo metodi e strumenti specifici e investendo sulla responsabilità di un apprendimento personale, autentico.

Tra i contributi di continuità, si segnalano quello sulle discipline di Flavia Marostica, di Andrea Porcarelli sulle competenze.

Novembre 2020

Novembre 2020

Editoriale

La nostra scuola non riesce a guarire dal virus dell'iniquità sociale

di Ivan Summa

 

TEMI E PROBLEMI DI SCUOLA: l’attualità

I concorsi per reclutare docenti professionisti

di Ivana Summa  

 

I PCTO ai tempi del Corona Virus

di Maria Grazia Accorsi

 

Lavarsi le mani: non solo un modo di dire

di Pirchia Schildkraut

 

TEMI E PROBLEMI DI SCUOLA: riflessioni

La scuola come “luogo simbolico” … non solo in tempi di emergenza …

di Andrea Porcarelli

 

Cosa è un curricolo

di Flavia Marostica

 

Analisi dei bisogni formativi

di Gian Carlo Sacchi

 

LE COMPETENZE: progettazione, didattica, valutazione

L’apprendimento oltre l’aula: diventare cittadini nel sociale

di Loredana De Simone

 

Il curricolo per competenze nella scuola dell’infanzia e del 1° ciclo

La ricerca didattica per migliorare le nostre scuole

di Maria Rosaria Mattera

 

Alla scoperta delle parole

di Gheti Valente

 

Il curricolo per competenze nella scuola degli adulti

E quest’anno balliamo il DiDiInPA

di Nicoletta Morbioli

 

Rubriche

Esperienze DIGITALI

Dopo la DAD: emergenza formazione

di Enrico Marani, Luigi Parisi

 

Il CURRICOLO della CREATIVITà

SENZA PAROLE: la grammatica della comunicazione non verbale

di Alessia De Pasquale

 

Il DIRIGENTE e il suo STAFF

La lunga storia del reclutamento dei docenti. è possibile un lieto fine?

di Anna Armone

 

LIBRI di SCUOLA LIBRI per la SCUOLA

Un bellissimo libro tra scienze naturali, storia e educazione alla cittadinanza

di Flavia Marostica

 

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