La nostra scuola non riesce a guarire dal virus dell’iniquità sociale

FARE L'INSEGNANTE N.2/2020-2021

La nostra scuola non riesce a guarire dal virus dell’iniquità sociale

Editoriale di Ivana summa

Chiedo immediatamente scusa per il titolo di questo editoriale, ma ho le mie buone ragioni. Una prima motivazione ha le sue fondamenta nella rapida lettura dell’ultimo libro del Prof. Patrizio Bianchi «Nello specchio della scuola», il Mulino, in libreria dal 22 ottobre. Patrizio Bianchi, economista e professore universitario, ha presieduto la commissione istituita, la scorsa primavera, dal ministero dell’Istruzione per la riapertura delle scuole. Lo conosco personalmente ed è un vero esperto, come ha dimostrato, peraltro, quando ha fatto l’assessore alla scuola e al lavoro nella regione Emilia-Romagna. In particolare, ho tratto ispirazione dalle sue seguenti considerazioni: <<Oggi tutte le statistiche dicono che la nostra dotazione di risorse umane non è adeguata alla globalizzazione e alla digitalizzazione che si sono imposte dall’inizio del nuovo secolo. Il tasso attuale di dispersione scolastica, sia esplicita (coloro che abbandonano in via definitiva la scuola senza raggiungere un titolo di studio) sia implicita (coloro che pur concludendo il ciclo di studi non dispongono delle competenze minime richieste), insieme al numero di quanti non studiano e non lavorano e di quanti se ne vanno altrove per trovare uno sbocco soddisfacente al loro percorso di studi, sono oggi un limite alla crescita economica e minano anche le fondamenta della nostra democrazia, introducendo nel paese il virus dell’iniquità sociale (…)... al centro del rilancio del paese devono stare le persone, e innanzitutto i nostri ragazzi, tenendo conto che la scuola è l’unica istituzione che vede progressivamente trasformarsi i suoi utenti, anzi è l’istituzione che deve garantire a ognuno il diritto a un cambiamento tale da consolidare la propria persona, e così facendo la propria capacità di partecipazione attiva alla vita e allo sviluppo della comunità. Per garantire questo impegno, che la Costituzione fissa tra i fondamenti della Repubblica, è necessario offrire ai ragazzi percorsi adeguati al tempo in cui vivono e in cui dovranno a loro volta assumersi responsabilità; e allora la ridefinizione dei curricula, della durata degli studi, delle attività da condividere con il territorio diviene essenziale per garantire a tutti il raggiungimento degli obiettivi condivisi>>.Desidero sottolineare questi ultimi punti: ridefinire i curriculi, la durata degli studi e il connesso obbligo scolastico, le attività da condividere con il territorio. Il prof. Bianchi ci sta dicendo che è giunto il momento di un forte ripensamento del sistema scolastico perché la nostra scuola, già prima dell’irrompere furioso e prepotente della pandemia, non era in grado di garantire il raggiungimento proprio di quegli obiettivi istituzionali assegnati dall’art. 3 della costituzione, perché - comunque - è da qualche decennio che non riesce a fare più né inclusione né valorizzazione dei talenti.

Successivamente, per quegli strani casi della vita di cui è inutile cercare una spiegazione, mi è giunta una lettera da parte una preside che da poco ha dovuto lasciare la scuola e che ho conosciuto personalmente in quanto... . Una di quelle persone di scuola che, pur dovendo dirigere o, meglio, guidare un istituto davvero complesso sia per la sua dislocazione territoriale sia per i tre diversi ordini di istruzione di 2° grado scuola, c’era sempre per tutti: studenti, famiglie, personale della scuola. Riporto alcuni passi perché: “14 settembre giornata gioiosa: la scuola riparte, il nostro paese riparte. I nostri giovani riprendono il sorriso, la scuola è la loro vita (i compagni, i docenti, la famiglia scolastica). Certo, è una riapertura tra luci e ombre, con gioia insieme a timore. Pur comprendendo la gravità del momento pandemico, vorrei chiedere a politici ed amministratori se sono consapevoli della gravità, del pericolo di non ritorno se si chiudessero nuovamente le scuole. Perché dico di “non ritorno”. La chiusura a marzo è stata la debacle degli apprendimenti, la serenità di molti studenti-bambini-genitori è stata compromessa, con un conseguente e impressionante aumento di varie patologie di natura psicologica, quali depressione e ansia. Cosa è mancato alla scuola? Cosa serve ora alla scuola?

Ho lasciato la scuola dopo 42 anni all’Istituto Vincenzo Capirola di Leno dopo 10 anni da docente e 32 anni preside. Con molti studenti e docenti il cordone ombelicale resiste; il distacco forzato non ha affievolito i legami, che mi rendono felice e orgogliosa. La pandemia ha mostrato chiaramente che bisogna lavorare per l’inclusione contro la povertà educativa e per un welfare sociale migliore con assunzione di responsabilità personale ad ogni livello pubblico e privato. Non è forse la scuola deputata al raggiungimento di questi obiettivi? Siamo tutti consapevoli che viviamo in un momento storico globale che ci obbliga a riflettere profondamente sul nostro essere persone, sulla nostra relazione con gli altri, con il mondo. Come sarà il mondo di domani? Abbiamo appreso la lezione dalla dura esperienza della pandemia? Siamo consapevoli che il futuro prossimo necessita di nuovi paradigmi? Siamo pronti ad una ripartenza-rigenerazione nel modo di fare politica per il bene del nostro paese? Siamo pronti ad una politica che abbia come obiettivi la ricostruzione di una società più attenta alle disuguaglianze sociali, alla povertà educativa? Il luogo scuola, dove formare adulti motivati e competenti, rimane sicuramente la sede dei saperi per affrontare il futuro incerto, ma necessita di un coinvolgimento serio della collettività da parte di tutti gli attori sulla scena sociale, per individuare le priorità per il nostro paese. Priorità perché senza formazione, senza ricerca, senza investimenti reali con progetti a lungo respiro e condivisi non sarà possibile affrontare le grandi sfide del futuro che è già oggi. È necessario riflettere anche sulla responsabilità che i nostri giovani avranno: l’onere della gestione saggia e del rimborso all’Unione Europea della massa enorme di fondi finanziari, debiti, che il paese Italia avrà per affrontare l’emergenza sanitaria ed economica. Viva la scuola per tutti.(Prof.ssa Ermelina Ravelli).

Quest’ultima testimonianza ha un tono da “passionaria della scuola”, quale è stata, davvero e per tanti anni ogni giorno, direttamente sul campo, per dare a ciascun giovane la possibilità di diventare cittadino a pieno titolo del nostro paese ed assumersi la responsabilità di gestire in modo. Un suo è un grido di dolore nel quale tutti noi, sia pure con diverse sensibilità, ci possiamo ritrovare. Ma anche quello del Prof. Bianchi è un grido di dolore perché ci dice che“è necessario offrire ai ragazzi percorsi adeguati al tempo in cui vivono e in cui dovranno a loro volta assumersi responsabilità”.Lo tzunami pandemia e la cosiddetta didattica a distanza (e valutazione a distanza!) hanno reso evidenti le debolezze strutturali della nostra scuola, sia per l’ineguale distribuzione delle risorse tecnologiche che, soprattutto, per l’inefficacia- già sperimentata nelle aule scolastiche e in situazione di gruppo classe - della didattica trasmissiva e la valutazione degli apprendimenti come mera conoscenza di nozioni. A questo bisogna aggiungere un dato la cui rilevanza viene costantemente sottovalutata: le risorse professionali della scuola - i docenti, per intenderci - sono insufficienti, la selezione è intricata e infarcita di ostacoli, la preparazione iniziale dei docenti è inadeguata alle esigenze del XXI secolo, la formazione in servizio e il connesso sviluppo professionale è affidato, di fatto, alla disponibilità dei singoli docenti. Insomma, la scuola era già messa male e cercare di superare la criticità del presente ripristinando l’“ordine costituito” precedente significa non avere un progetto di scuola e ripetere gli errori del passato. Ma se davvero condividiamole premesse, dobbiamo anche convenire che è necessario ragionare in modo diverso: sì alla presenza dei giovani a scuola (anche i più grandi!) perché è l’unica istituzione che, intenzionalmente, è preposta all’educazione dei nuovi nati. Ma di quali docenti/educatori abbiamo bisogno? E che tipo di educazione dare alle nuove generazioni? E, soprattutto, come motivare i giovani a mettersi in gioco mettendo a disposizione “la propria capacità di partecipazione attiva alla vita e allo sviluppo della comunità”.

Ecco, questi sono i nodi che bisogna sciogliere con nuove modalità e, in questo numero, offriamo - tra gli altri - alcuni contributi di riflessione. Così, la “questione docente”, con tutti i risvolti sopra segnalati, è posta dal nostro personale contributo nell’articolo “I concorsi per reclutare docenti professionisti”e da quello di Anna Armone, dal significativo titolo “La lunga storia del reclutamento dei docenti. è possibile un lieto fine?”Nell’uno e nell’altro saggio, non solo vengono messe sotto accusa le persistenti modalità di reclutamento, ma se ne propongono di nuove, più sensate e, soprattutto, praticabili anche perché ricalcano altri tirocini professionali: quelli dei medici, degli avvocati, dei commercialisti e via di questo passo. Si diventa professionisti, infatti, quando si pratica un tirocinio lungo e assistito in istituti scolastici innovativi e un sistema di tutoringespletato da docenti preparati per questo compito, anche sul piano motivazionale oltre che su quello tecnico. Non è una cosa di poco conto se vogliamo che diventare docente non sia una scelta residuale di chi, invece, si era preparato per un’altra carriera. Come purtroppo è facile constatare nelle nostre scuole fino ad arrivare - come sta succedendo in questi ultimi tempi - a reclutare quelli che possiamo definire “insegnanti per caso”, vengono affidate delle supplenze a persone con titoli inadeguati e, soprattutto, senza alcun tipo di preparazione specifica né tecnica né motivazionale, senza socializzazione professionale che può essere realizzata soltanto con tirocini mirati e guidati.

Per quanto concerne il tipo di educazione da dare ai giovani e le scelte pedagogiche, oltre che sanitarie (su quest’ultimo aspetto, peraltro, abbiamo una riflessione pedagogica da parte di un medico-formatrice, Pirchia Schildkraut), segnalo il primo contributo di riflessione pedagogica di Andrea Porcarelli, tutto dedicato al profilo pedagogico delle istituzioni scolastiche, poiché “la scuola rappresenta il luogo - fisico e simbolico - di incontro con i tesori della cultura, con la memoria del passato, con l’eredità che le precedenti generazioni hanno lasciato per la generazione presente”. Infine - e con questo chiudiamo il nostro editoriale con la promessa di affrontare in modo più mirato l’altra grossa questione - come responsabilizzare i giovani e, in particolare, gli adolescenti che sono iscritti nella scuola secondaria di 2° grado? I giovani vanno “arruolati” per combattere la guerra contro il covid ed una possibile soluzione sta proprio nella forza progettuale delservice learning di cui parla Loredana De Simone nel suo“L’apprendimento oltre l’aula: diventare cittadini nel sociale”,l’autrice propone, anche sulla base di alcuni progetti già in corso di realizzazione e dei quali è possibile conoscere la progettazione se si visita il sito di INDIRE,“una ri-organizzazione del tempo scuola a favore di un apprendimento che si distanzia dalla tradizionale lezione frontale, ma anche un ripensamento degli spazi tradizionali di apprendimento in contesti diversi e alternativi che impongono di pensare ad una sostanziale integrazione del sapere con il saper fare che rende concretamente gli studenti protagonisti dell’apprendimento. Il valore didattico aggiunto di questa metodologia è di coniugare apprendimento e servizio reso alla comunità territoriale”.

Tutti i noi dobbiamo avere la capacità di elaborare un grande sogno, accompagnato però da un altrettanto grande progetto: i giovani - a lungo bistrattati perché considerati “sdraiati” sul presente, senza capacità di reazione che non sia il proprio egoismo e narcisismo - debbono mettere in campo una sorta di “resistenza” che, questa volta, deve essere ben visibile nelle nostre comunità. X

Novembre 2020

Novembre 2020

Editoriale

La nostra scuola non riesce a guarire dal virus dell'iniquità sociale

di Ivan Summa

 

TEMI E PROBLEMI DI SCUOLA: l’attualità

I concorsi per reclutare docenti professionisti

di Ivana Summa  

 

I PCTO ai tempi del Corona Virus

di Maria Grazia Accorsi

 

Lavarsi le mani: non solo un modo di dire

di Pirchia Schildkraut

 

TEMI E PROBLEMI DI SCUOLA: riflessioni

La scuola come “luogo simbolico” … non solo in tempi di emergenza …

di Andrea Porcarelli

 

Cosa è un curricolo

di Flavia Marostica

 

Analisi dei bisogni formativi

di Gian Carlo Sacchi

 

LE COMPETENZE: progettazione, didattica, valutazione

L’apprendimento oltre l’aula: diventare cittadini nel sociale

di Loredana De Simone

 

Il curricolo per competenze nella scuola dell’infanzia e del 1° ciclo

La ricerca didattica per migliorare le nostre scuole

di Maria Rosaria Mattera

 

Alla scoperta delle parole

di Gheti Valente

 

Il curricolo per competenze nella scuola degli adulti

E quest’anno balliamo il DiDiInPA

di Nicoletta Morbioli

 

Rubriche

Esperienze DIGITALI

Dopo la DAD: emergenza formazione

di Enrico Marani, Luigi Parisi

 

Il CURRICOLO della CREATIVITà

SENZA PAROLE: la grammatica della comunicazione non verbale

di Alessia De Pasquale

 

Il DIRIGENTE e il suo STAFF

La lunga storia del reclutamento dei docenti. è possibile un lieto fine?

di Anna Armone

 

LIBRI di SCUOLA LIBRI per la SCUOLA

Un bellissimo libro tra scienze naturali, storia e educazione alla cittadinanza

di Flavia Marostica

 

Precedenti

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