La valutazione: la scuola si rifà il lifting

FARE L'insegnante n.3/2020 - 2021

Rivista bimestrale di Formazione e Aggiornamento professionale destinata a dirigenti e docenti delle scuole di ogni ordine e grado impegnati nel miglioramento dell'offerta formativa

Editoriale di Ivana Summa -  La valutazione: la scuola si rifà il lifting

La fase che stiamo vivendo è cronaca che è già passata alla storia. Al di là di valutazioni e giudizi sulla crisi che stiamo vivendo da affidare alle sentenze della storia futura, resta il fatto che il ciclone Covid 19 ha fatto emergere problemi finora trascurati, se non addirittura ignorati. Sono problemi di ordine sociale, culturale, economico e psicologico che attraversano le persone e le istituzioni e, tra queste, l’istituzione scuola che non può essere neppure minimamente disarticolata dal dibattito generale, perché sono in gioco principi e strumenti fondamentali per la sua stessa funzione. Uno di questi strumenti, che è lo strumento per eccellenza perché fa parte integrante della didattica e dell’ambiente di apprendimento nel quale viene praticata, è proprio la valutazione degli alunni. E ciò è tanto vero che diventa oggetto di “scambio” tra insegnanti e studenti, scuola e famiglie. Si pensi al fatto che quasi tutta la comunicazione tra la scuola e la famiglia è focalizzata sulla valutazione, sia essa rappresentata con cifre, livelli e/o giudizi. Ma la valutazione scolastica ha un impatto rilevante anche sulla formazione della persona. Le esperienze scolastiche, in particolare quelle legate al rendimento e al profitto, incidono in modo significativo sulla personalità degli allievi e sulla loro riuscita nella vita adulta.

Per il sociologo ed economista George Homans, ispirandosi alla psicologia comportamentista, il comportamento sociale, anche nelle organizzazioni, si basa sullo scambio di valori materiali e immateriali,basato sul rapporto di reciprocità. Così, i comportamenti ritenuti positivi vengono premiati e quelli giudicati negativi sono oggetto di punizioni. I premi servono a dare un valore positivo a determinate azioni; le punizioni, invece, a bollare come negative le altre. Le punizioni, però, sono per Homans un mezzo inefficace per agire sui comportamenti delle persone, in quanto queste ultime possono reagire in modi indesiderati, a prescindere dalla stessa intenzionalità della punizione. Molto sinteticamente riportiamo alcuni principi della teoria dello scambio:

·       quanto più spesso un comportamento di una persona è ricompensato, tanto più è probabile che venga ripetuto;

·       se in passato la presenza di uno stimolo particolare, o un insieme di stimoli, sono stati collegati ad un comportamento ricompensato, è probabile che la persona riesegua quel comportamento in situazioni simili;

·       quanto più è preziosa la ricompensa per un dato comportamento, tanto più è probabile che esso venga ripetuto.

In riferimento alla gestione delle risorse umane, Homans afferma che esiste una sorta di circolo virtuoso tra impegno, ricompensa e conferma del comportamento gratificato, mentre se manca la ricompensa, pur a fronte di un certo impegno, si dà una disconferma che si manifesta come frustrazione. Quando l’azione di una persona non riceve il premio che si aspettava o riceve una punizione imprevista per l’impegno comunque profuso al di là dei risultati, diventa più probabile che la persona si arrabbi assumendo un comportamento aggressivo o cada in uno stato di frustrazione generalizzata, fuggendo da quei compiti.

Vale ancora l’affermazione dello psicologo comportamentista B. Skinner:“Si impara dal successo. La passione, la voglia, nasce dall’esperienza di un successo, anche piccolo”.

Se trasferiamo questi principi in ambito scolastico, è facile comprendere come la micro-organizzazione “classe” sia un ambiente sociale in cui lo scambio valutativo può essere rappresentato come un vero e proprio flusso quasi unidirezionale e caratterizzato anche da giudizi informali e non formali. Dunque, se il processo valutativo è il cuore della didattica e, dunque, della stessa istituzione scolastica, perché persistono pratiche valutative che vanno, nella direzione sbagliata? Infatti, gli studenti che si impegnano nello studio soprattutto per rispondere alle attese dei docenti, sono giudicati bravi, intelligenti e con un futuro a tinte rosee. Le personali idee di che cosa sia l’apprendimento, e di come viene stimolato, sono a fondamento delle pratiche valutative dei docenti - peraltro, a prescindere da criteri e strumenti deliberati dal collegio dei docenti - ed hanno un impatto, positivo o negativo sul successo formativo di ogni singolo studente, di cui la scuola dovrebbe essere il garante (si veda l’art. 1 del D.P.R. n. 275/99). I documenti che la scuola scrive - RAV, PTOF, Piani di Miglioramento, criteri e strumenti della valutazione - non riescono a cambiare né i processi né le pratiche valutative perché impattano inevitabilmente con la libertà di insegnamento che, ovviamente, comprende anche la libertà valutativa e con le routine didattiche.

 A questo punto è necessario evidenziare quanto dichiarato dalle Linee Guida allegate all’O.M. n. 172 del 4 dicembre 2020- Valutazione periodica e finale degli apprendimenti delle alunne e degli alunni delle classi della scuola primaria: “Appare dunque necessario evidenziare come la valutazione sia lo strumento essenziale per attribuire valore alla progressiva costruzione di conoscenze realizzata dagli alunni, per sollecitare il dispiego di potenzialità di ciascuno partendo dagli effettivi livelli di apprendimento raggiunti, per sostenere e potenziare la motivazione al continuo miglioramento a garanzia del successo formativo e scolastico”.Come è noto, sia l’O.M. che le L.G. prescrivono per la scuola primaria di ritornare ai giudizi descrittivi già praticati in passato insieme alla scuola secondaria di 1° grado in base alla L. n. 517/1977, ma presuppongono una cultura valutativa nuova perché chiaramente orientata all’acquisizione di competenze, fondata sulla tesi che l’apprendimento sia un processo di costruzione. Infatti, nelle L.G., oltre ad individuare i medesimi 4 livelli che caratterizzano il modello di Certificazione delle competenze in vigore da un decennio, numerose, chiarissime ed esplicite sono le affermazioni che vanno nella direzione della progettazione curriculare per competenze, che questa rivista porta avanti con costanza e coraggio.

Dunque, sembra che la pedagogia ministeriale abbia imboccato la strada giusta perché proprio lo strumento della valutazione può funzionare da grimaldello per innovare profondamente la didattica in un’ottica di sistema e migliorare gli esiti di apprendimento degli studenti. Eppure manca qualcosa: manca la condivisione di un nuovo (nuovo per le scuole, ma presente nelle norme) processo valutativo che riguardi tutti i gradi ed ordini di scuola, perché solo così si sarebbe data una spallata coraggiosa e decisiva per destabilizzare le correnti pratiche valutative che sono comunque presenti in tutti i gradi di scuola e soprattutto nelle scuole secondarie di 1° e 2° grado. Si pensi al voto di scrutinio che diventa magicamente la media dei voti numerici, che è l’esatto contrario della valutazione formativa che dà conto della processualità dell’apprendimento, avendo come orizzonte il miglioramento. E poi, come possono dialogare i diversi gradi di scuola se si mette in un ghetto la scuola primaria?

Anche i contributi collocati in questo numero della rivista vanno individuano mancanze, negligenze, incongruenze della normativa e delle disposizioni ministeriali. Anna Armone, infatti, si chiede provocatoriamente ma con grande coerenza che fine abbia fatto la valutazione dei docenti e il relativo bonus. Su un altro versante Gabriele Benassifa un intervento sulla cosiddetta didattica a distanza integrata contenuta già nel P.N.S.D. che da più di un quinquennio dispiega ingenti risorse per formare i docenti. E cosa fa il Ministero? Le linee Guida per la didattica digitale del 7 agosto 2020 che chiaramente equiparano le ore di lezione in aula a quelle a distanza. Ci sono poi, tra gli altri, i contributi didattici - si veda Marco Pellizzoni, Maria Giovanna Ulivi e Nicoletta Morbioli- che ci fanno atterrare nelle nostre scuole per cogliere una “didattica bella” che viene comunque e dovunque, sia pure in modo sparso, praticata. Ispirandosi certamente alle norme, ma non per “applicarle”, bensì per fare sensate esperienze di innovazione. X

Settembre 2021

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